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Il Cardinale, Napoli, il suo popolo

Arrivò a Napoli con la fama di fine diplomatico e abile organizzatore di grandi eventi della Chiesa. Al suo attivo aveva, tra l’altro, oltre alle responsabilità in Segreteria di Stato, la gestione di Propaganda Fide, con una fitta rete di relazioni internazionali, e del grande Giubileo del 2000, impresso, ormai, nella Storia della Chiesa.

Arrivò a Napoli baciando terra, a Scampia, periferia di una città di frontiera alle prese con endemici problemi di identità, mancanza di lavoro, lotta al crimine organizzato, sfiducia nelle istituzioni, ma, con ancora, in fondo, un animo popolare e una devozione naturale al sovrannaturale permeata da secoli di cristianità profonda e dalla vita di grandi testimoni. La città di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, del medico santo Moscati, di Caterina Volpicelli. Oltre, ovviamente, al Santo Patrono Gennaro, icona secolare di fede popolare. Quel suo “a’ Maronna t’accumpagna”, napoletano verace, lui che napoletano non è, fu chiave potente per conquistare il cuore di Napoli. E così fu da subito. Da allora, quattordici anni di azione pastorale sempre ispirata alla prossimità e alla carità solidale. Una Chiesa antesignana di quell’“ospedale da campo” che disegnerà Papa Francesco.

Crescenzio Sepe, Cardinale e Arcivescovo di Napoli, intuì subito che, qui, la Chiesa e il suo pastore, non solo erano animatori di una continua e cristiana evangelizzazione ma, nei fatti, supplenti a poteri di governo e politici che, in città, già da tempo davano segnali di crisi profonda. E così, dall’appello a “deporre le armi agli uomini della camorra” alla porta aperta della “casa di Tonia”, nel ventre della città, dal Giubileo per Napoli all’Asta di Beneficenza annuale che, all’Auditorium Rai, accendeva i riflettori del Paese, “piazzando” doni di Papi e capi di Stato, al piano pastorale che, anno dopo anno, aggiornava emergenze e priorità di una Chiesa in sintonia profonda con il suo popolo, ecco, che l’Arcivescovo delineava con tenacia, non senza spesso difficoltà di interlocuzione, il volto di una Chiesa in missione.

In un suo libro di successo, “Non rubate la speranza”, la sintesi di un impegno riconosciuto da tutti. Credenti e non credenti. Dentro e fuori la Chiesa. “Napoli ha trovato posto – scriverà Sepe – nel mio cuore in modo appassionato dall’ora in cui mi ha aperto le sue braccia come Arcivescovo… L’amore di Cristo non è mai un sentimento, non è una carezza che sfiora la pelle, è un briciolo di vita che si semina nel cuore di un uomo. Su Napoli vogliamo tenere gli occhi e il cuore aperti allo stesso modo e nella medesima misura”. Vedere ed amare, il filo conduttore della sua azione. “Ho fatto ricorso alla denuncia, ma prima ancora – scriverà Sepe – ho cercato di praticare a piene mani la solidarietà. Non darò tregua alle forze del male ma sarò ancora più solerte nel chiamare a raccolta le forze del bene”. Il cuore della sua mission.

Ora, alla vigilia di un passaggio di testimone, nella guida della più grande diocesi del Mezzogiorno, il Cardinale Crescenzio Sepe affida a due volumi, “Per amore del mio popolo” e “Per una pastorale della carità” (edizioni Rogiosi) l’esperienza di vita vissuta intensamente come centoventiduesimo pastore di Napoli. Dal 20 maggio 2006 ad oggi, in prorogatio, con la fiducia di Papa Francesco. Lascerà il testimone quando il Papa lo vorrà (ancora viva nella storia di Napoli la visita di Francesco con calorosi fuori programma) a chi nei prossimi anni guiderà l’antica Archidiocesi.

Nel volume “Per amore del mio popolo”, con prefazione dello scrittore Maurizio de Giovanni, il rapporto con la Città, le testimonianze,  la difesa degli ultimi. “A coloro che nella sofferenza chiedono conforto – dirà nella festività di San Gennaro il 19 settembre 2006 – a coloro che gridano il proprio dolore, a quanti nella nostra città ancora chiedono dov’è Dio quando la violenza, l’ingiustizia, il sopruso attraversano le nostre strade, io rispondo con le parole di Cristo: «Abbiate fede in me. Io sono la via, la verità, la vita»”.

Quattordici anni di opere, gesti, moniti, eventi, documenti che, simbolicamente, si chiudono (anche se è ancora al lavoro), al tempo della pandemia, con ciò che, ringraziando gli operatori sanitari, in piazza del Plebiscito, disse: “Abbiamo ascoltato nel Vangelo il racconto della parabola del Buon Samaritano. È l’icona di Cristo e perciò di ogni suo discepolo che si fa amore al prossimo donando se stesso per curarlo e sollevarlo dalla sua indigenza… C’è un corale bisogno di fermarci a riflettere per andare oltre la dimensione umana assolutamente limitata ed effimera e rivolgere al sovrannaturale il nostro pensiero di sollievo e riconoscenza”.

E nel volume dedicato alla pastorale della carità, con prefazione del Ministro dell’Università e Ricerca, Gaetano Manfredi, i messaggi e le lettere pastorali, declinati Vangelo alla mano, con l’obiettivo prioritario di “organizzare la speranza”, riprendendo il possente monito di Karol Wojtyla, lanciato sempre all’ombra di Scampia a Napoli.

“La nostra Chiesa di Napoli deve impegnarsi ad attuare e incarnare il Vangelo in questa terra imparando a essere vicina alla sua gente… Bisogna uscire da noi stessi e dalle nostre mura ed andare nelle strade per condividere le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce, di tanti fratelli e sorelle, soprattutto dei poveri e di quanti soffrono nel corpo e nello spirito. Sappiamo che nel cuore del nostro popolo c’è terreno fertile per seminare la Parola”.

Scorrono, così, le immagini simbolo di una presenza forte e concreta dell’Arcivescovo nella vita della città, con i suoi parroci, sacerdoti, religiosi, laici, pronti a dare voce a chi non ha voce per “mantenere acceso il fuoco del Vangelo”, pur spesso nella sofferenza e nella solitudine dell’interlocuzione. Testimoni della fede ma anche ammortizzatori sociali, in questi anni, di una città che ha perduto visione e prospettiva pur registrando meravigliose isole di intelligenze e centri di eccellenza.

Altri, con maggiore profondità, sensibilità e tempi, analizzeranno la portata storica dei lunghi anni del Cardinale Sepe a Napoli, uomo di una Chiesa in dialogo costante anche con chi non credeva o apparteneva a culture e religioni diverse. Qui mi piace sottolineare la peculiarità di una Chiesa di popolo che, oggi, a livello planetario, incarna Papa Francesco.

Sì, perché Napoli ha ancora un popolo. Nonostante le difficoltà della quotidianità e la sfiducia crescente alimentino l’indifferenza o la delega. Quel popolo che ha trovato perfetta sintonia con la più alta autorità morale che, alle istituzioni, ha sempre chiesto azione di servizio al bene comune e all’economia giustizia sociale.

Quella gente che, oggi più che mai, con lo tsunami pandemia, necessita del ritrovamento del senso della solidarietà. Non può essere tutto, infatti, ricondotto a schemi socio-economici. Napoli non ha solo bisogno, oggi, di progetti, finanziamenti, identità futura. Si è passati da una situazione di povertà fisica, strutturale, a situazioni di grandi povertà umane. Il Cardinale Sepe lo ha sempre intuito. Napoli ha, più che mai, bisogno di umanità perché il quadro dell’emarginazione, del degrado, dell’assenza, si è dilatato.

E così, costituendo la Chiesa, per natura sua, “un germe validissimo di unità, speranza e salvezza”, si è sintonizzata con l’Arcivescovo e il suo popolo. Sepe ha siglato, ogni giorno, parola dopo parola, gesto dopo gesto, opera dopo opera, innanzitutto, un patto tra uomo e uomo, oltre che tra istituzione e cittadino. Per questo il suo operato pastorale passerà alla storia della città collegandosi, idealmente, a quel grande Cardinale profetico che è stato Corrado Ursi, l’Arcivescovo della “bonifica sociale” di Napoli, votato, decenni fa, in conclave.

Con lo sguardo attento ai poveri e agli emarginati, con la mano tesa ai lavoratori e ai disoccupati, con il cuore aperto agli immigrati e ai diseredati, Sepe ha rinnovato un impegno di evangelizzazione in un territorio lacerato ma ricco di potenzialità. Ricordo, era il 2007, la visita di Papa Ratzinger, in città e ciò che disse l’Arcivescovo. “Napoli è una città che tra i tanti doni ha quello di saper ascoltare e soprattutto di saper riconoscere chi sa esserle vicino e sa amarla”. Ecco, Sepe ha amato Napoli e il suo popolo. E la città lo ha capito e ricambiato. (Massimo Milone, Direttore Rai Vaticano, Il Mattino)



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