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Sant'Ambrogio, il maestro di Agostino

La storia di un'amicizia con la 'A' maiuscola

di Antonio Tarallo

Impara anche tu a levare la tua voce per Cristo, quando feroci lupi ne assaltano l’ovile, impara a tener pronta nella tua bocca la parola, perché non sembri che tu, come un cane muto mantenendo un silenzio imputabile a tradimento, abbia abbandonato il posto di guardia affidato alla tua fedeltà”. Parole del Vescovo di Milano, Sant’Ambrogio. Milano, città immensa, ricca di storia e fede. E, sempre la metropoli meneghina, compare come “circostanza” per il battesimo di Agostino come cristiano. Quello stesso Ambrogio che sarà cardine per la vita del santo di Ippona: “Rigator meus”, lo chiamerà. Ambrogio è maestro. Il panorama storico che vive Ambrogio è particolare: è un periodo travagliato dell’Impero romano, percorso da correnti di pensiero diverse e con rigurgiti di paganesimo. Il santo del 7 dicembre, in tutto questo panorama, diviene un baluardo del Cristianesimo contro ogni avversità. Di questa forza, salda nella fede, Agostino attinge nel suo periodo milanese, dopo esser stato mandato lì dalla madre Monica che conosceva bene l’eloquenza del vescovo Ambrogio. Ed è così che le biografie dei due santi si intersecano, si in-crociano. Si in-crociano nel segno della Croce di Cristo

Croce e Cristianesimo che per Ambrogio vogliono dire soprattutto scrittura e studio, e insegnamento. E Agostino trovò in Ambrogio l’approdo della sua ricerca: la fede in Gesù Cristo. Agostino, grazie al vescovo di Milano, cambierà - infatti - la sua visione delle cose. Il suo sguardo comincerà a contemplare realmente il Cielo. Troverà, finalmente, la “Bellezza tanto antica”, amata tardi.  A pensare che tutto era iniziato da una semplice “visita di cortesia”: Agostino, come funzionario pubblico, incontra il vescovo Ambrogio che lo accoglie con affetto e gentilezza. Sarà il primo di una serie di incontri tra Agostino, che era non credente, e il “suo” vescovo. Il grande merito di Ambrogio, “esperto conoscitore degli insegnamenti cattolici” (Confessioni, capitolo 6) è quello di aver ridato fiducia ad Agostino: gli prospetta spazi enormi e possibilità inesplorate di ricerca dopo le deludenti esperienze intellettuali manichee di Cartagine e Roma. Ambrogio, così, diviene per il futuro vescovo d’Ippona  un punto di riferimento. Maestro sì, ma anche amico, si potrebbe definire. 

Frequentavo assiduamente le sue istruzioni pubbliche non però mosso dalla giusta intenzione: volevo piuttosto sincerarmi se la sua eloquenza meritava la fama di cui godeva, ovvero ne era superiore o inferiore (...). La soavità della sua parola mi incantava. Era più dotta, ma meno gioviale e carezzevole di quella di Fausto quanto alla forma; quanto alla sostanza però, nessun paragone era possibile: l’uno si sviava nei tranelli manichei, l’altro, Ambrogio, mostrava la salvezza del mondo nel modo più salutare”. E’ la descrizione dell’arte oratoria di Ambrogio, scritta nelle Confessioni da Agostino. La loro stessa lunghezza d’onda passa per la Parola, attraverso le parole. Storia quanto mai affascinante che delineerà la storia della Chiesa non solo di Milano, ma del Mondo intero.  E’ l’inizio di un’Amicizia, con la “A” maiuscola. Il Cristianesimo passa sempre per una relazione. A cominciare dal Dio Padre, Figlio e Spirito Santo.  (Rivista San Francesco - clicca qui per scoprire come abbonarti)


Antonio Tarallo

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