francescanesimo

Oltre il vicendevole. Dinamiche di fraternità

Fra Marco Moroni Roberto Pacilio

Gli elementi della Regola non bollata di san Francesco

Nella Regola non bollata, di cui stiamo vedendo qualche aspetto di mese in mese, san Francesco esorta i frati affinché «si servano e si obbediscano vicendevolmente». San Francesco riprende letteralmente queste parole da una frase di san Paolo nella lettera ai Galati (5,13), ma in senso più ampio le raccoglie dall’insegnamento e dalla prassi di vita di Gesù, che invita i suoi discepoli ad amarsi gli uni gli altri. Sul contenuto di questa esortazione, che in effetti suona come un vero e proprio ordine, un comando, si potrebbero spendere fiumi di parole, coscienti della sua auspicabile e pure non facile applicazione. Ma vorrei concentrare l’attenzione sull’avverbio conclusivo: vicendevolmente. Vicendevolmente, reciprocamente, potremmo dire. Questa parola non ha una caratterizzazione positiva o negativa, dice semplicemente un rapporto. Sappiamo che ci si può amare a vicenda oppure vicendevolmente odiare.

Senza dubbio la connotazione positiva è quella data da Gesù: «amatevi» e da san Francesco: «si servano e si obbediscano»; quante volte invece questa reciprocità è vissuta in negativo, potremmo dire l’un contro l’altro armati… Sia come premessa: “se l’altro mi farà del male io farò lo stesso a lui”, sia come conseguenza: “ho ricevuto male dall’altro, gli risponderò a tono”: è la legge della vendetta, l’antica legge del taglione che recita: occhio per occhio, dente per dente. Nella visione di Gesù questa legge parte invece da una precomprensione positiva: «Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro» (Mt 7,12). Si disegna qui la speranza di un risultato vicendevole, ma qui sta il bello della sfida cristiana: nulla mi assicura sul fatto che sarò ricambiato quando faccio del bene. La prospettiva del credente (ma proposta a tutti!) va oltre il vicendevole, oltre la reciprocità.

C’è un’altra espressione di san Francesco, se vogliamo ancor più ardita, nella Lettera a un ministro (frate superiore): «e se in seguito [l’altro frate, già perdonato] mille volte peccasse davanti ai tuoi occhi, amalo più di me per questo». Qui c’è un oltre che costituisce una fortissima provocazione: oltre il vicendevole c’è solo dono, amore assoluto, senza calcolo o equilibrio, quasi necessariamente in perdita. Si ama solo per amare. Ha qualcosa di eroico tutto questo? Certo, ma altrimenti che gusto c’è? Provo a offrire alcune applicazioni di ciò che ho scritto fin qui, in diversi campi, in forma interrogativa. Nelle dinamiche familiari e sociali: potrei fare un favore aspettandomi un contraccambio, ma dove sta la novità? Nelle relazioni economiche: è proprio vero che tutto deve sottostare alla legge del dare-avere oppure può esistere un’economia del dono? Tra culture e religioni: lasciar costruire la moschea qui ma pretendere che in cambio si conceda di erigere una chiesa in uno stato musulmano può essere logico, ma non è che sia scarsamente profetico? Insomma, posso sperare che l’altro mi tratti vicendevolmente… ma non posso esigerlo. Se no, che gusto c’è?

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