opinioni

Francesco e l'utopia

Franco Cardini Pubblico Dominio

Tutti sanno che cos’è l’utopia. O meglio, lo sanno in pochissimi, però tutti o quasi fingono di saperlo. Ma ci sono i dizionari. “Utopia. Modello immaginario di un governo o di una società ideali”, da cui “Concezione, idea, progetto ecc. vanamente proposti in quanto fantastici e irrealizzabili”. Com’erano ad esempio, nel XIII secolo, fantastici e irrealizzabili il telefono, l’automobile, l’aereo e perfino il tostapane.  C’è una bibliografia immensa sull’argomento. A purissimo titolo di esempio: L. Mumford, Storia dell’utopia, tr.it., Bologna, Calderini, 1969;  L. Rougier, Du Paradis à l’Utopie, Paris, Copernic, 1979; R. Trousson, Viaggi in nessun luogo. Storia letteraria del pensiero utopico, tr. it., 1979;  M. Moneti Codignola, Il paese che non c’è e i suoi abitanti, tr.it., Firenze, la Nuova italia, 1992; G.F.Lami, Tra utopia e utopismo. Sommario di un percorso ideologico, a cura di G. Casale, Rimini, Il Cerchio, 2008. 

Ma ci sono due opere basilari, nella nostra cultura moderna, dalle quali nasce al problematica utopica: l’Utopia di Thomas More e l'Elogio della follia di  Erasmo da Rotterdam, i quali costituiscono per molti aspetti i due stipiti sui quali s’impianta il maestoso portone d’ingresso della Modernità. Non a caso si discute, anzi aspramente si polemizza, non tanto a proposito dei  loro fin troppo ovvi precedenti platonici e cristiani, quanto riguardo al “nostro” tempo, al loro rapporto con democrazia e totalitarismo, con libertà e tirannia. Non a caso, ogni volta che  si comincia a discettare su More e su Erasmo, si finisce poi – attraverso Karl Mannheim, Ernest Bloch, Karl Popper, Raymond Ruyer, Jean Servier, Herbert Marcuse e tanti altri, in lunga sequenza - con il pervenire sempre e comunque a 1984 di George Orwell e a Il mondo nuovo di Aldous Huxley. I quali sono forse i due stipiti sui quali s’impianta l’enigmatico portone d’ingresso della Postmodernità, che si è d’altronde ancor incerti se aver o meno varcato. 

Ma, guarda caso, sia il modello orwelliano sia quello huxleysta finiscono con il proporci due società “tiranniche”: la prima delle quali ha un aspetto caratteristicamente “totalitario” mentre la seconda mantiene la pàtina allegra, giocosa e libertaria dell’edonismo delle società “libere e aperte”, dove si insegue il piacere e spesso ci si illude di averlo conseguito. Il volto delle società delle società del profitto e del consumo.  Fra Anni Trenta e Anni Cinquanta si è corso il concreto rischio di vedere davvero realizzata una società orwelliana: era possibile, come lo sono state nel Novecento il telefono, l’automobile, l’aereo e perfino il tostapane alla faccia della gente del Duecento che li pensava irrealizzabili se non in una prospettiva magica (è il centenario dantesco: rileggetevi il sonetto Guido, i’ vorrei…).

Chi voleva la tirannia del Grande Fratello non ce l’ha fatta: ma solo per un pelo. Ora,, nel “nostro felice Occidente”, molti vorrebbero realizzare una società huxleysta: e credono sia possibile, come lo sono state nel Novecento il telefono, l’automobile, l’aereo e perfino il tostapane. Ma ciò, se avvenisse, avverrà sotto gli occhi d’un mondo affamato di pane e di giustizia, che non lo consentirà. Anche l’Atlantide di Platone e la Città del Sole di Campanella erano d’altronde realtà utopiche. Non così però le reducciones gesuitiche del Guaranì, che si guadagnarono l’elogio di Ludovico Antonio Muratori: ma che davano fastidio agli sfruttatori schiavisti europei, per cui l’illuminista marchese di Pombal, primo ministro portoghese del tempo, le distrusse manu militari prima che il signor di Voltaire e più tardi Italo calvino provvedessero a calunniarle infangandone la memoria.  

Francesco d’Assisi e il suo progetto di vita potrebbero venir presentati come utopisti a qualcuno che non conosca nulla di storia. Gli altri sanno che così non fu: visse tra 1181 e 1126 un uomo che insegnò a chiunque volle volontariamente seguirlo che l’assoluta povertà – questo eterno spauracchio del genere umano – poteva essere “perfetta letizia”. Non era Mao Zedong, non pretese mai di trasformare il mondo intero. Ma costruì una grande realtà che vive ancora. Nessuno può prevedere il futuro: e nel futuro tutti i possibili sono possibili. Papa Bergoglio, a sua volta, non è Francesco d’Assisi. Ma, vivendo in un mondo quasi del tutto scristianizzato, si limita a ripetere a chi vuol rimanere cristiano che la scelta di Francesco è oggi l’unica concretamente accettabile e percorribile. Chi lo chiama “utopista” mentre ritiene ragionevole e praticabile la via che porta al radicamento definitivo della società dei profitti e dei consumi  di pochi, rischia di venir deluso dal fatti. Nel futuro, Franceso non è affatto meno probabile di Gates o di Soros. 

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