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Il Dio di Jack Kerouac e del rock'n'roll

Gianfranco Ravasi - Il Sole 24 Ore Pixabay

Spiritualità contemporanea. Nell’opera di tanti artisti si avvertono fremiti religiosi ad alta tensione

Il messaggio spirituale, non di rado quello evangelico, apparentemente estromesso in superficie, si muove catacombale in attesa di affiorare in modo sorprendente in ambiti inattesi. Due sono gli esempi che proporremo. Per il primo ricorriamo a un’immagine: il rabdomante che col suo ramoscello riesce a scovare un flusso sotterraneo d’acqua. A usare questo simbolo è Andrea Monda, il direttore dell’«Osservatore Romano», che funge da presentatore di un particolare deejay radiofonico. Si tratta nientemeno che di un sacerdote passionista e parroco, Massimo Granieri che, oltre a intervenire su RLB Radioattiva, frequenta podcast, spotify, blog e quanto è a disposizione sui social.

Lo stupore si allarga quando si percorre il suo testo che coinvolge un orizzonte a prima vista remoto rispetto al respiro religioso. È il rock’n’roll coi suoi protagonisti spesso «bambini iconoclasti, permalosi, arrivisti... sciovinisti, oltranzisti, consumisti, che coltivano vizi solipsisti, allarmisti, ultrateppisti, duri, nudi e integralisti». E qui i più smaliziati capiscono che ho citato una parte della lunga litania che gli Skiantos hanno stilato in un loro testo presente nell’album Sogno improbabile. Ebbene, se si scava nel sotterraneo di questi artisti che la mattina hanno «gli occhi pesti, quasi sempre, poco casti», si possono scoprire fremiti religiosi persino ad alta tensione. E non solo con una messe di ammiccamenti biblici come nella Life of the World to Come dei «Mountains Goats», ma nell’anelito verso il trascendente dei Coldplay, «una grazia che bagna una terra arida, senz’acqua», come scrive Granieri. Oppure è l’Idiot Prayer, spettacolo di Nick Cave che nel disco Ghosteen per la morte del figlio confessa la sua disperazione, un vuoto che ansima verso un orizzonte dove il sole della vita non tramonta mai e, in un’altra canzone, confessa che «a volte un briciolo di fede può fare parecchia strada».

C’è, poi, anche l’oscillazione tra carne e spirito di una band amata dal prete deejay, i Depeche Mode, ai quali è dedicato un capitolo appassionato. Non mancano all’appello Ry Cooder, «un sincero avventuriero del blues», i cantori dei miserabili come Gavin Bryars, Charles Bradley e Johnny Marr e così via in una folla, spesso assordante, di voci. In essa spiccano anche i vertici come Lucio Battisti, David Bowie e persino Patti Smith intervistata durante un festival a Taranto, in un dialogo ove affiora una stupefacente fede di intensa caratura. Padre Granieri in filigrana rivela uno spettro significativo anche di letture cólte e questa attrezzatura gli permette di scovare che - come riconosceva David Bowie in un verso di Starman - c’è un «rock’n’roll con tanta anima». A questo punto appaiamo un altro autore, il giornalista Luca Miele che, tra l’altro, ha già pubblicato con p. Granieri un Vangelo secondo il rock, sempre per la Claudiana, oltre ad aver scavato in proprio nella spiritualità di The Boss (Il Vangelo secondo Bruce Springsteen).

Lo coinvolgiamo ora per un altro saggio che si rivolge a una icona della «beat generation», il vagabondo visionario Jack Kerouac, il cui romanzo Sulla strada è stato una sorta di Bibbia laica per i giovani di quegli anni. Eppure il cattolico Kerouac era intriso della Bibbia sacra tant’è vero che Miele può inoltrarsi sulle sue strade interiori a individuare proprio quei semi di luce sacra. A questo ci riconduce anche uno dei più raffinati interpreti dello scrittore del Massachussets, il gesuita Antonio Spadaro, direttore della «Civiltà Cattolica». Pure lui, agli occhi di molti, è un interprete paludato di cose ecclesiali al pari del citato Monda. Eppure i suoi itinerari sono spesso tracciati sulla mappa della letteratura e della musica americana contemporanea. Al saggio di Miele egli allega, infatti, un affascinante ritratto di questo «strano solitario pazzo mistico cattolico» che interpella il suo Dio così: «Dio, devo vedere il tuo volto questa mattina, il tuo volto attraverso i vetri polverosi della finestra, fra il vapore e il furore; devo sentire la tua voce sopra il clangore della metropoli. Sono stanco, Dio. Non riesco a scorgere il tuo volto in questa storia». Ma ritorniamo all’altro viaggio di Miele nelle pagine di Kerouac che sono sempre specchio della sua vita che si spegnerà nel 1969 a 47 anni.

È difficile riassumere un percorso così ramificato che vela e rivela una religiosità convulsa, tormentata, eccentrica ma autentica e insonne. Chi lo segue, come fa Miele, è ininterrottamente spaesato, brancolante tra oscurità e folgorazioni, e i cinque capitoli del libro sono come le stazioni di questo pellegrinaggio sul quale sempre incombe il volto di Dio. «Sono un pazzo che ama Dio», scriveva appunto Kerouac. E chi lo accompagna sulla sua strada, come il nostro autore, scopre che «un filo rosso la percorre incessantemente: l’inquietudine religiosa, l’ansia di Dio». La topografia testuale di Miele, «dipinta» attraverso un dettato vivo e incastonato di citazioni, permette di scoprire anche nelle deviazioni e nelle cadute di Kerouac, negli anfratti selvaggi e gloriosi della natura e nei liberi grovigli della sua scrittura proprio le sue «visioni di Dio», temuto e invocato, remoto eppure «seduto alla mia scrivania».

di Gianfranco Ravasi, dal Sole 24 Ore

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