opinioni

Il viso scoperto e la solidarietà: resteremo fratelli?

Antonio Polito Loic Venance - Afp

Saremo più liberi e riveleremo chi siamo davvero

Saremo più liberi, appena potremo togliere la mascherina all' aperto dopo 14 mesi. Ma anche più nudi. Come in un film di cappa e spada, sarà il momento del «giù la maschera», in cui riveleremo chi siamo davvero, e che cosa siamo diventati mentre eravamo velati. Per un popolo come il nostro, che ama guardarsi in faccia, nascondere i connotati è stata dura. Ad altre latitudini, dall' Inghilterra al Giappone, lo sguardo diretto è scortesia. Ma da noi è la forma principale di comunicazione non verbale, un modo di intendersi, l' occasione per ammiccare, e anche uno strumento di seduzione, tra e dentro i sessi. È straordinario che abbiamo saputo resistere alla privazione del sorriso, del broncio, del labiale, e in certi casi della pernacchia, senza gravi danni collaterali. E forse è questa la prima grande lezione che possiamo trarre dall' era della mascherina: siamo resilienti, come si dice oggi. Sappiamo adattarci. Non molliamo. Abbiamo mantenuto il nostro way of life anche nelle condizioni più disagiate, ormai sappiamo andare al mare con la mascherina, fare un' apericena con la mascherina, perfino tifare allo stadio con la bocca coperta. 

Vale anche per l' economia. Ciò che sapevamo fare bene, lo facciamo sempre bene, forse anche meglio. L' export per esempio, questa specialità italiana che tiene in piedi il Paese anche quando il resto barcolla, ha retto pure senza fiere ed eventi, e in molti casi ha perfino incrementato le quote di mercato che aveva prima. Insomma, non abbiamo disimparato a vivere a modo nostro, con quel pizzico di sfrontatezza alla Mancini che tanto ci sta piacendo in queste sere di giugno. Allo stesso tempo, sembriamo più disciplinati. Facciamo file che prima erano assembramenti. E se qualcuno avesse detto che a metà del percorso avremmo gareggiato con i tedeschi e i francesi in quanto a distribuzione dei vaccini, invece che con i greci e i turchi come in tante altre graduatorie, l' avremmo preso per matto. Facendo ricorso a risorse antiche, forse trascurate e messe da parte. Abbiamo riscoperto gli alpini e i militari, la Croce rossa e i volontari. Teniamoceli stretti. Abbiamo persino imparato a leggere di più: un balzo storico nelle vendite di libri.

Certo, il nostro edonismo ne ha sofferto. Le vacanze, lo sci, le tavolate, le discoteche sopra ogni cosa, ancora oggi oggetto del desiderio per centinaia di migliaia di imminenti maturi. E i nostri vizi, le nostre miserie, non hanno smesso di scavare nel profondo della coscienza nazionale. Con la mascherina gli uomini italiani hanno continuato a uccidere, picchiare e aggredire quelle che ritengono essere le «loro» donne. E i nostri ragazzi, asfissiati da troppa astinenza di socialità, hanno sofferto ma anche fatto soffrire, con risse, pestaggi, guerre tra bande e bullismo. Non sappiamo dunque che cosa accadrà, quando solleveremo il velo dalle nostre facce. Saremo migliori, come si augurò l' allora premier Conte all' inizio di tutto? Dipende da che cosa si intende, per migliori. Individualisti lo rimarremo. Basta guardare alle performance dei virologi nei pomeriggi tv, per capire che non siamo gente che rinuncia tanto facilmente a una buona dose di protagonismo ed esibizionismo. Ma non c' è Stato etico che possa dirci come essere migliori. D' altra parte l' individualismo non è il demonio: è una molla della crescita, uno strumento del benessere, ha retto l' Italia nei momenti drammatici della sua storia, quando uno Stato su cui contare non c' era proprio. «Perseguendo il suo interesse - ha scritto Adam Smith - il cittadino spesso persegue l' interesse della società in modo molto più efficace di quando intende effettivamente perseguirlo. Io non ho mai saputo che sia stato fatto molto bene da coloro che affermano di operare per la felicità pubblica». Ma Smith era un «ultrà liberista», direbbe oggi qualcuno di quelli che propugnano la «felicità pubblica».

Però individualismo ed egoismo sono due attitudini ben diverse. Una cosa è fare bene per sé, altra cosa è farlo contro gli altri, strapparsi a vicenda le fette della torta comune invece di provare a impastarne una più grande per tutti. Ed è purtroppo così che ci siamo comportati nell' ultimo quarto di secolo, l' era del nostro declino. In fin dei conti, è questa la vera scommessa che ci aspetta: sapremo essere «fratelli tutti», come nell' enciclica francescana di Francesco, pur restando quello che siamo, individualisti e libertari fino al limite del casinismo? La pandemia ci ha costretto a riscoprire anche il terzo valore della triade del 1789. Perché se la Libertà abbiamo continuano a praticarla, e l' Uguaglianza a rivendicarla, della Fraternità ci eravamo proprio scordati. E invece, all' improvviso, un semplice gesto come mettere la mascherina è diventato contemporaneamente vitale per se stessi e utile per gli altri. La coincidenza di interesse personale e comune ci ha sorpresi, e all' inizio perfino esaltati, in quei pomeriggi passati a cantare l' inno sul balcone. Poi un po' ci è passata. Ma non del tutto, fortunatamente. In fin dei conti, anche l' unità nazionale è un mezzo miracolo di solidarietà, se si pensa al livello di scontro, di faziosità, di ricerca del vantaggio di parte, da cui viene la nostra politica.

Si può dare il giudizio che si vuole sull' azione del governo, ma è difficile negare che la sospensione della guerra di tutti contri tutti ci stia giovando. Non durerà all' infinito. Proviamo a trarne il massimo, anche quando toglieremo la mascherina. Per non doverla rimettere. (Corriere della Sera)

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