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Parole sante impresse sulla pelle

Gianfranco Ravasi - Il Sole 24 Ore Tú Anh - Pixabay

Tatuaggi, la rivista 'Arte Cristiana' ripercorre la lunga storia delle incisioni a soggetto sacro sul corpo umano

Due giovani camminavano davanti a me in via della Conciliazione diretti verso la basilica di San Pietro tenendosi per mano. A sorpresa notai che ciascuno di loro recava un tatuaggio per polpaccio: le gambe di lui erano segnate della X greca (chi) e dalla P (ro), il diagramma di Christós, mentre lei aveva impresso una M e una Θ, lettere greche che rimandavano alla Méter Theoú, la «Madre di Dio», Maria. Siamo ormai abituati a vedere di tutto e dappertutto sulla pelle (ma non soltanto) dei giovani. Tuttavia, questa professione di fede cristiana mi era sembrata rara se non unica.

Sono stato, invece, smentito leggendo l’ultimo numero di «Arte Cristiana», una rivista ultracentenaria (ha 109 anni alle spalle), dedicato integralmente al Tatuaggio e arte sacra, con una sequenza di contributi dai soggetti inattesi e originali. L’antico monito biblico era netto: «Non vi farete incisioni (saratet) sul corpo per un defunto, né vi farete segni di tatuaggio (qa‘aqa‘)», ammoniva il Levitico, il libro sacro dei sacerdoti e dei rituali (19, 28), monito reiterato a più riprese soprattutto per quanto riguarda le incisioni, considerate come pratica idolatrica dei sacerdoti del dio cananeo della fecondità Ba‘al (si legga il racconto dell’ordalia del profeta Elia al Carmelo in 1Re 18) o come rito di lutto, in particolare nel libro di Geremia (16,6; 41,5; 47,5; 48,37).

Un altro profeta, Osea, denunciava il devozionalismo ipocrita degli Israeliti che «si fanno incisioni votive per il grano e il vino nuovo e intanto si ribellano a me» (7,14). Se il profeta Ezechiele raffigura Dio come colui che segna un tau sulla fronte dei giusti (9,4), l’Apocalisse invece per almeno cinque volte mette in scena i perversi che recano impresso il «marchio (cháragma) col nome della Bestia [satanica] o il numero del suo nome» (13,17). Tuttavia, per contrasto, secondo Isaia (44,5) i pagani convertiti recano tatuato sulla mano «Del Signore», cioè una professione di fede. È, quindi, possibile scoprire che questa pratica, oggi così secolarizzata, in realtà aveva alle spalle una lunga storia sacrale di per sé ambivalente e ambigua.

La prassi, comunque, è universale e costante, se è vero che persino sul corpo del paleantropo del Similaun e su alcune mummie egizie del British Museum sono stati rinvenuti tatuaggi, mentre nell’antica Grecia si marchiavano gli schiavi, ed è facile immaginare cosa ne pensasse Cesare Lombroso quando nel 1874 pubblicava un suo saggio intitolato Del tatuaggio in Italia, in ispecie fra i delinquenti. Certo è che oggi la gamma del significato si è di molto allargata, accompagnata dalla proliferazione di altri segnali somatici come il piercing o l’abbigliamento o la capigliatura.

Ritornando all’aspetto religioso, il fascicolo della rivista offre una sequenza molto suggestiva e curiosa di modelli, con una documentazione iconografica persino divertente. Un rilievo particolare è ovviamente riservato alle aree regionali ove il devozionalismo è un’anima non solo spirituale ma sociale e etnografica, vero e proprio giardino di simboli anche per le analisi di antropologia culturale. Così ben due saggi sono dedicati alla Sicilia e all’uso del “sacro inchiostro” con una pittoresca attestazione delle forme e dei contesti. L’incipit di uno di questi studi rievoca una reazione analoga a quella da me riferita in apertura: «Una Madonna si fa spazio tra i variopinti ghirigori che coprono quasi completamente il braccio di un ragazzo impegnato ad arrostire la carne di cavallo in via Plebiscito a Catania…».

Lo sguardo s’allunga poi fino all’arte latino-americana cholo («meticcio») e dal Seicento dei Conquistadores spagnoli approda fino agli attuali giovani chicani dei quartieri californiani a prevalenza messicana (i barrios), con l’intreccio non raro di sacralità e di criminalità. Si pensi, ad esempio, alla devozione sostenuta dai narcotrafficanti nei confronti di Nuestra Señora de la Santa Muerte, una sorta di Madonna scheletrica erede della dea azteca della morte. Nell’itinerario esemplificativo della rivista non manca neppure l’ingresso della nostra contemporaneità con varie frasi bibliche tatuate sulla pelle nell’arte post-concettuale di Douglas Gordon, nato a Glasgow nel 1966, operante nell’ambito della videoarte/installazioni e nella fotografia, presente alla Biennale di Venezia del 1997 della quale fu anche membro della giuria nel 2008.

Non mancano neppure due incursioni “colte”. Un articolo, in francese, riguarda la prima attestazione di tatuaggio dell’iconografia cristiana con la veemente Tincturae injuria du Couronnement d’épines realizzata nel 1501 da Jorg Breu il Vecchio, col corpo del Cristo, torturato nella passione in scene di inaudita violenza, è marchiato da tatuaggi. L’altro saggio, in inglese, s’inoltra invece lungo i tracciati d’altura della mistica, introducendo la benedettina secentesca Maria Sepellita della Concezione appartenente alla famiglia aristocratica (a noi ben nota per altre ragioni) dei Tomasi di Lampedusa. La monaca s’era incisa sul seno sinistro il nome della Vergine Maria con un motto di consacrazione e appartenenza Mariae sum, noli me tangere!, ben visibile nel ritratto che le fece Domenico Provenzani, conservato a Palma di Montechiaro.

di Gianfranco Ravasi - Il Sole 24 Ore

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