opinioni

Quel teologo di Boccaccio ci insegna col Decameron

Roberto Carnero J.William Waterhouse

Il novelliere e chierico usa alcuni personaggi come metafore di carattere religioso

Sia Francesco Petrarca che Giovanni Boccaccio furono chierici: se il primo ricevette gli 'ordini minori', il secondo in base ad alcune fonti biografiche fu addirittura ordinato sacerdote. Se così è stato, potrebbe essere accaduto che qualche fedele sia andato a confessarsi da lui, accusandosi di aver letto il suo Decameron. A lungo, infatti, la raccolta delle cento novelle è stata considerata licenziosa e immora-le, tanto che l' aggettivo 'boccaccesco' viene comunemente utilizzato, ancora oggi, nel senso di spinto, salace, sboccato.

Potrà dunque destare stupore il titolo del saggio di Antonio Fatigati, Boccaccio teologo. L'autore, diacono permanente della diocesi di Milano, propone una rilettura del Decameron che prova a mettere da parte il bagaglio di luoghi comuni che circondano l' autore di Certaldo e la sua opera. Non si può sottacere la critica condotta da Boccaccio alla Chiesa-istituzione del proprio tempo e al malcostume di molti suoi rappresentanti, ma tale critica è motivata da un desiderio di purificazione che è lo stesso dei grandi Santi medievali (pensiamo a San Francesco o a San Domenico) e non è molto diversa da quella condotta dallo stesso Dante in molti passi della Divina Commedia. Certo, nel Decameron c' è l' esaltazione dell' amore considerato anche nella sua dimensione fisica e sensuale, ma si tratta di una visione preumanistica che reagisce agli eccessi rigoristici di forme estreme di ascetismo che finivano per negare la stessa essenza dell' essere umano, fatta di anima e corpo. Fatigati intende così smontare «l' ingiusto pregiudizio di avere a che fare con un autore libertino, assolutamente estraneo a ogni discorso ecclesiale o religioso». E per farlo si pone alla ricerca, all' interno del testo, dei contenuti teologici e della loro eventuale relazione con alcune dottrine emerse e consolidatesi tra il XIII e il XIV secolo.

Lo studioso si dichiara convinto che sia possibile «fare teologia raccontando di uomini cinici e malvagi, di amori lascivi, di frati creduloni o di grandi peccatori» e che la riflessione teologica «possa farsi strada attraverso il riso suscitato da alcune novelle o attraverso il pianto che altre generano». Prendiamo a mo' d' esempio la prima novella della raccolta, quella di ser Ciappelletto, un terribile peccatore che giunge a farsi beffe, in punto di morte, del sacerdote chiamato a confessarlo. Il religioso crede alle parole del moribondo, che si dipinge come un santo, e dunque, una volta morto, lo addita alla pubblica devozione. I pellegrini accorrono a venerarne la salma, e molte richieste di grazia vengono esaudite. È un epilogo paradossale, a proposito del quale Boccaccio formula due ipotesi: o Ciappelletto alla fine, dopo la confessione sacrilega, un istante prima di spirare, si è veramente pentito, ed è stato quindi accolto da Dio in Paradiso, oppure è finito all' Inferno. In quest' ultimo caso il fatto che vengano esaudite le preghiere di chi si rivolge a Dio per il tramite di un dannato creduto santo starebbe a testimoniare la grandezza di Dio, il quale è più attento alla bontà di cuore di chi lo prega che non all' effettiva santità di coloro che il popolo dei fedeli elegge a propri mediatori. Da un punto di vista teologico la riflessione è corretta: così, del resto, si spiega la tolleranza della Chiesa del tempo verso certa devozione popolare (soltanto con il Concilio di Trento si stabiliranno regole più rigide per le canonizzazioni). 

Se consideriamo invece la novella finale, quella di Griselda, vediamo come sia possibile, complice Petrarca, una lettura teologica del testo. Protagonista è una giovane contadina che Gualtieri, marchese di Saluzzo, prende in moglie quasi per capriccio e in seguito sottopone a una lunga serie di crudeli torture psicologiche, per testarne la fedeltà e la sottomissione. Dopo aver ricevuto e letto, nel 1373, una copia del Decameron, Petrarca decide di tradurre in latino proprio questa novella, in quanto la ritiene tanto bella da meritare una diffusione internazionale. Petrarca trasforma Griselda da un modello di moglie perfetta in un simbolo dell' anima del fedele messa alla prova da Dio e in un esempio di come una creatura si debba comportare nei confronti del Creatore. Griselda viene vista infatti da Petrarca come exemplum di sottomissione a Dio, quale fu Abramo, pronto a sacrificare il suo unico figlio, e di sopportazione, e sotto tale riguardo è paragonata implicitamente a Giobbe, che tollerò con rassegnazione la perdita dei beni e dei suoi dieci figli, per essere poi ricompensato da Dio con la nascita di altri dieci figli.

Di teologia, infine, Boccaccio discetta esplicitamente in un' altra novella, la terza della prima giornata: quella delle 'tre anella', che rappresentano le tre grandi religioni monoteiste (Ebraismo, Cristianesimo, Islam). Solo una è quella 'vera', ma soltanto Dio sa qual è; i fedeli di ogni religione sono convinti che il proprio anello (cioè la propria fede) sia quello autentico. Straordinaria parabola sulla tolleranza religiosa e, diremmo oggi, sul dialogo interreligioso.  (Avvenire)

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