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Antonio, Santità in immagini

di Antonio Tarallo
Credit Foto - Ansa - ANDREA MEROLA / POOL (Archivio)

Un signore si accosta alla biglietteria. “Scusi a che ora apre il museo?”. Dietro, una folla incredibile. Manca poco a un giorno importante, lo sappiamo. Mancano pochi giorni al fatidico 13 giugno,  festa di Sant’Antonio di Padova. La bigliettaia, da dietro il vetro, spiega a questo impaziente  signore che basta solo aspettare un po’…Il titolo della mostra è accattivante: “Santità in immagini, Antonio di Padova”, un’incredibile patrimonio che questo evento offre al pubblico. E’ incredibile come la devozione popolare riesca a fondersi in colori, atmosfere, volti, scene, che hanno costituito una parte non marginale della Storia dell’Arte. Di tutti i secoli.



La prima sala è riservata all’iconografia che vede Sant’Antonio accanto a Maria.

Non poteva, certo, mancare una simile tematica.

La prima opera che incontriamo è un dittico proveniente dalla Galleria degli Uffizi di Firenze.  E’ un’opera attribuita (seppur non è mancata una disputa in merito) a Bonaventura Berlinghieri (Lucca, 1210 circa – 1287 circa), pittore contemporaneo di Sant’Antonio. Composto da due pale,   il dittico, è concentrato sul tema della Crocifissione. E’ ben evidente in queste, lo spirito francescano, con un Cristo patiens che è posto su una croce a Y. La seconda pala, divisa in due parti, in due registri, vede il nostro Antonio assieme ad altri Santi: Pietro e Giovanni Battista in alto, santa Chiara a metà e in basso Sant'Andrea, poi appunto Sant'Antonio da Padova, e vicino  San Michele Arcangelo col drago, San Francesco e San Giacomo maggiore. Alcune concise abbreviazioni in greco aiutano a identificare le figure. Il duecento vede, ovviamente, figure senza sfumature o “tridimensionalità”, ma i colori scuri – su un campo dorato, splendore di Paradiso – danno a tutta l’opera una forte sacralità: il tutto sembra immerso nel silenzio. La Madonna con Bambino posta sopra Sant’Antonio è “l’elemento” fondante di tutta l’opera. I santi nominati, tra cui appunto Antonio, sembrano assistere – e fanno da corollario – alla Santità splendente della Vergine che reca in braccio il piccolo Bambino.



Il 1500 vede, invece, due importanti opere, dipinte da altrettanti importanti artisti: Tiziano e Correggio. La tela, ad olio, di Tiziano è arrivata – per l’importante occasione – da Madrid.  Il titolo è “Madonna col Bambino tra i santi Antonio da Padova e Rocco”. E’ grande, misura 92x103 cm. Al centro, su un trono, è Maria con in braccio Gesù che volge lo sguardo verso Antonio, posto a sinistra della tela. Il frate padovano indossa un saio grigio, dalle pompose pieghe. Sotto di lui, come fossero adagiati da poco, vi sono i due simboli famosi, il giglio bianco e il libro del Vangelo. San Rocco è a destra che cerca di interagire – in una certa misura – col Bambino. Bellissimo lo sfondo paesaggistico dietro i due santi. Maria, dipinta con splendenti colori – un vestito rosso e un mantello scuro – è immersa invece in un “asettico” color nero, neutro. Si tratta di un tendaggio che ha il dono di risaltare meglio la sua figura. Il volto di Antonio colpisce molto, dice tutto. Non è solamente il “tipico” volto di “buono” (mi sia passata la banalità), ma ha qualcosa che i suoi occhi esprimono nel profondo, con quello sguardo verso il basso, rivolto ad altra parte. Sembra quasi avere timore di essere spettatore della scena. Una umiltà composta, non esagerata, non “ostentata”. Semplicemente “privata”, intima.



La tela del Correggio, del 1514-15, ha una importante valenza teologica. Nasce nel solco, tra l’altro “di natura francescana”, di dare alla figura di Maria quella connotazione di “mediatrice” tra Cielo e Terra. Per questo motivo, è da evidenziare la sua posizione nella tela: lì, in alto, “incoronata” da alcuni cherubini, siede su un trono sorretto da due puttini, vicino al Cielo.

Sotto vi sono Francesco d’Assisi, in ginocchio e contemplazione. E dietro a lui, anche qui con lo stesso umile sguardo rivolto a sinistra della tela (e dunque non a Maria e al Bambino) Antonio, incappucciato, con sempre in mano gli immancabili giglio e libro. A destra, invece, Caterina d'Alessandria e Giovanni Battista che guarda lo spettatore, indicando il Bambino, ma in fondo tutta la scena.



La seconda sala potremmo definirla “della tenerezza”. L’atmosfera è ovattata da luci soffuse.   La tenerezza è data dal Bambino posto in braccio – o comunque vicino –  ad Antonio di Padova.  E’ una delle immagini più diffuse, quella più famosa. Più venerata dal popolo di fedeli.

L’estasi d’amore fra i due soggetti è sublime, e – perché non pensarlo? – ricorda una paternità  protettiva, di  amore verso il Bambino Gesù.

Sono innumerevoli gli artisti (tra i più, o meno importanti) che hanno dedicato a questo tema tele, pale d’altare, affreschi. Un mondo immenso fatto di colori. In questa sala sono raccolti solo alcuni, perché servirebbe una sola mostra per questo tema. Credo che sia stato assai difficile per i curatori farne una selezione.


Ci poniamo, incuriositi, davanti a quello del meneghino Gerolamo Chignoli, pittore del XVII secolo. Il Bambino Gesù, ritto in piedi sul tavolo, torce la sua piccola figura nell’atto di slancio verso il frate Antonio che lo sorregge. Il Bambino cerca il volto di S. Antonio, lo cerca con estrema dolcezza tanto da porre una mano sulla guancia. Antonio lo osserva, quasi intento a percepire i suoi desideri di bambino. Mentre avviene questa scena, due angioletti – in secondo piano, soffusi, impalpabili – pongono sopra il Santo una corona di rose bianche e rosa. E’ indicativo che Antonio sul braccio tenga una mantella di un blu intenso. Ci piace immaginare che l’abbia dimenticata Maria, lasciando “in custodia” il Figlio al Santo di Padova.  


Ma ce un altro quadro che richiama la nostra attenzione. E ad averlo dipinto è una mano femminile, questa volta. La sensibilità si percepisce dal tratto. Si tratta di “Sant’Antonio da Padova in adorazione col Bambino” di Elisabetta Sirani (Bologna 1638-1665). Questa volta è Antonio a essere tutto proteso verso il Bambino. E’ in completo atto di adorazione. Il Bambino, sopra un tavolo ricoperto da una preziosa tovaglia dai colori sgargianti, mostra ad Antonio il piccolo piede. Lo porge al Santo, e lui lo prende delicatamente in mano per baciarlo. E’ in completo abbandono,   il Santo di Padova. Un abbandono che è, in fondo, anche un abbandono a Gesù, un affidamento totale. L’atto di servitù da parte di Sant’Antonio è ben evidente e il volto del frate richiama tutto questo. Lo richiama con sì dolcezza, ma anche con personale consapevolezza della regalità “nuda” del Bambino. E’ bello notare come la pittrice ponga in alto a destra della tela, due angeli che “vengono chiamati” a testimoni silenziosi e oranti davanti a questa scena. Potremmo essere noi,  in fondo, quegl’angeli: anche noi spettatori di questo atto di umiltà, d’incarnazione di pura tenerezza.




Scorgiamo dopo questa sala, infiniti corridoi. Portano ad altre stanze, ad altre suggestioni, e proprio mentre ci stiamo dirigendo verso queste nuove “visioni” da contemplare, da approfondire, veniamo fermati da una voce. “Cosa ci fate qui! La mostra ancora non è aperta! Come avete fatto ad entrare?”. Ci coglie l’imbarazzo della situazione. “Era solo una sbirciata”, rispondiamo timidamente. Cerchiamo di far comprendere la situazione agli addetti delle sale, ma nulla da fare.  Bisogna fermarci. E così usciamo dalla mostra…




Ah, dimenticavamo. La mostra non è visitabile, ci dispiace. E neanche noi, più di tanto, siamo riusciti a visitarla.

Perché? Beh, a questo punto bisognerebbe precisare un piccolo dato. Quello che abbiamo vissuto è stato una sorta di sogno, un sogno per noi e per i lettori: una “mostra virtuale”, definiamola così. Ma nulla ci vieta di continuarlo a fare…magari, immaginandoci proprio in braccio al Santo, cullati da lui al suono di melodia d’angeli.



Antonio Tarallo

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