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"Facciamo riposare mamma", quel Giuseppe che commuove il Papa

di IACOPO SCARAMUZZI
Credit Foto - Famiglia Cristiana

«Nei ritmi a volte frenetici di oggi», il presepe è «un invito alla contemplazione», sottolinea Jorge Mario Bergoglio che «ci ricorda l’importanza di fermarci. Perché solo quando sappiamo raccoglierci possiamo accogliere ciò che conta nella vita». Il tenero rimando alle statuine che spopolano sul web: la Madonna assopita, Giuseppe tiene in braccio Gesù Bambino che si stira, coccolando in silenzio: «Ssss, mamma dorme»



Se non femminista, sicuramente moderno: il Papa poco prima di Natale ha ricevuto in dono un presepe particolare, e ne ha voluto tessere l’elogio con i fedeli. Il presepe è sempre «attuale», ha detto Jorge Mario Bergoglio all’udienza generale: «Ieri – ha raccontato – mi hanno regalato un’immaginetta di un presepe speciale, piccolina, e si chiamava “lasciamo riposare mamma”, e c’era la Madonna addormentata e Giuseppe col bambinello, lì, facendolo addormentare. Quanti di voi – ha proseguito il Papa ricolto ai fedeli presenti in aula Paolo VI – dovete dividere la notte fra marito e moglie per il bambino, la bambina, che piange piange piange… “lasciate riposare mamma”, questa – ha chiosato il Papa – è la tenerezza di una famiglia, di un matrimonio».

L’immagine di una Madonna che riposa mentre Giuseppe, padre premuroso, accudisce il figlioletto, è senz’altro inconsueta. Lo stesso Papa Francesco, quando deve pensare ad un presepe, ha in mente un’immagine più tradizionale. «Maria è una mamma che contempla il suo bambino e lo mostra a quanti vengono a visitarlo», ha scritto nella lettera che ha firmato a Greccio, dove San Francesco inventò il presepe: «La sua statuetta fa pensare al grande mistero che ha coinvolto questa ragazza quando Dio ha bussato alla porta del suo cuore immacolato. All’annuncio dell’angelo che le chiedeva di diventare la madre di Dio, Maria rispose con obbedienza piena e totale». E «accanto a Maria, in atteggiamento di proteggere il Bambino e la sua mamma, c’è San Giuseppe. In genere è raffigurato con il bastone in mano, e a volte anche mentre regge una lampada. Lui è il custode che non si stanca mai di proteggere la sua famiglia».

Ma per il Pontefice argentino è importante anche sottolineare l’attualità della nascita di Gesù a Betlemme duemila anni fa. «Il presepe è più che mai attuale: mentre ogni giorno si fabbricano nel mondo tante armi e tante immagini violente, che entrano negli occhi e nel cuore. Il presepe è invece un’immagine artigianale di pace», ha detto all’udienza generale che ha preceduto il Natale. Ancora, «nei ritmi a volte frenetici di oggi, il presepe è un invito alla contemplazione. Ci ricorda l’importanza di fermarci». Quando facciamo il presepe a casa «è come dire aprire la porta e dire entra Gesù, e fare concreto questo invito a Gesù perché venga nella nostra vita, perché se abita nella nostra vita la vita rinasce e se la vita rinasce è davvero Natale». E se il Bambinello, raffigurato con le braccia aperte, «vuole dirci che Dio è venuto ad abbracciare la nostra umanità», il Papa si è soffermato anche sulle figure dei genitori: «Accanto a Gesù vediamo la Madonna e San Giuseppe. Possiamo immaginare i pensieri e i sentimenti che avevano mentre il Bambino nasceva nella povertà: gioia, ma anche sgomento. E possiamo anche invitare la Santa Famiglia a casa nostra, dove ci sono gioie e preoccupazioni, dove ogni giorno ci svegliamo, prendiamo cibo e sonno vicini alle persone più care». Il presepe «è un Vangelo domestico», ha sottolineato Papa Francesco.

Che già nel 2014, all’avvicinarsi del Natale, aveva immaginato fin nei minimi dettagli la vita ordinaria della sacra famiglia: Gesù, disse all’epoca, non è nato a Roma, «che era la capitale dell’Impero, non in una grande città, ma in una periferia quasi invisibile, anzi, piuttosto malfamata. Lo ricordano anche i Vangeli, quasi come un modo di dire: “Da Nazaret può mai venire qualcosa di buono?”. Forse, in molte parti del mondo, noi stessi parliamo ancora così, quando sentiamo il nome di qualche luogo periferico di una grande città. Ebbene, proprio da lì, da quella periferia del grande Impero, è iniziata la storia più santa e più buona, quella di Gesù tra gli uomini! E lì si trovava questa famiglia. Gesù è rimasto in quella periferia per trent’anni». In famiglia: «Non si parla di miracoli o guarigioni, di predicazioni - non ne ha fatta nessuna in quel tempo, di folle che accorrono; a Nazaret tutto sembra accadere “normalmente”, secondo le consuetudini di una pia e operosa famiglia israelita: si lavorava, la mamma cucinava, faceva tutte le cose della casa, stirava le camice… tutte le cose da mamma. Il papà, falegname, lavorava, insegnava al figlio a lavorare». Il Papa concluse: «Erano grandi santi: Maria, la donna più santa, immacolata, e Giuseppe, l’uomo più giusto… La famiglia». E, ogni tanto, fa bene immaginarseli come una coppia moderna, in cui il padre e la madre si danno il cambio nell’accudire il bambino, e Giuseppe dice al bambino: «Lasciamo riposare la mamma». FAMIGLIA CRISTIANA



IACOPO SCARAMUZZI

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