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Da medico a francescano: la storia di Agostino Gemelli

Il cammino di conversione del fondatore della Cattolica

«Ogni volta che io leggo un libro sulla conversione, ovvero la storia di una conversione - scriveva padre Gemelli nel 1924 - mi ripropongo il problema di scriverne uno pur io; ma sempre, dopo breve meditazione, penso che è meglio non farne nulla. Forse anche per un certo pudore. Non vorrei si pensasse che io metto in mostra l’intimità della mia conversione. Nella 'camera nuziale' della mia anima, non c’è posto che per Dio». Ecco, si potrebbe dire che quel libro, per certi versi, adesso c’è.

S’intitola "La conversione di Gemelli". Da Edoardo a frate Agostino (Morcelliana, pagine 176, euro 16), autore Luciano Pazzaglia, già ordinario di Storia della scuola e delle istituzioni educative presso l’Università Cattolica, direttore dell’Archivio per la storia dell’educazione in Italia.

Sgombrato il campo dalla lettura freudiana sul rinvio alla "camera nuziale" - per non pochi rivelatore di una storia d’amore delusa, che pure ci fu - Pazzaglia ricostruisce i fatti e li interpreta, mettendo a frutto scandagli in vari archivi: quello dei Minori della Provincia lombarda, il fondo Lodovico Necchi nell’Archivio per la storia del movimento sociale cattolico in Italia, le carte di Giandomenico Pini presso la Biblioteca Apostolica Vaticana...

Il risultato fa luce su un percorso che non solo si riconfigura senza virate favorite da crisi sentimentali, ma dove la conversione finale - a dispetto della vulgata cara agli agiografi - non ha niente di improvviso, bensì è traguardo di una lenta marcia influenzata da diversi fattori, come lasciavano intravedere già gli studi di Ezio Franceschini e Nicola Raponi, tutt’al più disposti ad avallare come estemporanea solo l’idea della "vocazione religiosa".

La ricerca di Pazzaglia lo documenta bene individuando tra le sequenze del "caso Gemelli" quelle più emblematiche: influenzate non solo dall’insoddisfazione per la mentalità acquisita negli anni degli studi, ma soprattutto da incontri con persone capaci di far emergere in lui il bisogno di nuovi orientamenti di vita. Sino al momento in cui «al di fuori di ogni evenienza esterna, Gemelli si sentì attraversare da una sorta di "propulsione" che lo spingeva ad affidarsi a Dio», scrive Pazzaglia prendendo a prestito una lettera inedita del 4 giugno 1903 indirizzata a Necchi: «Non saprei trovare che una parola sola a esprimere questo mio stato d’animo; una propulsione contro cui nulla vale verso Lui solo».

Dieci i capitoli in cui si snoda il volume caratterizzato da continui rinvii alle fonti documentali. Dall’ambiente familiare agli anni al Liceo Parini, dove gli insegnanti gareggiano per demolire ogni credo religioso, ma dove pure Gemelli incontra il cattolicissimo Vico Necchi. Poi alla facoltà di Medicina dell’Università di Pavia dove condivide con la passione per le scienze, simpatie prima radicali e poi socialiste, lasciandosi coinvolgere nei moti popolari del maggio ’98, affascinato dalle idee marxiste negatrici di ogni trascendenza, al contempo devotissimo verso il professor Golgi, patologo positivista e anticlericale, ma conservatore (atteggiamento causa di scontri con i compagni di militanza).

Un periodo questo in cui si lega sempre più a Necchi, come lui iscritto a medicina dopo il Liceo Parini: ormai assorbito dalle iniziative dell’Opera dei Congressi e sempre più fiducioso nel ritorno di Edoardo alla vita cristiana, capace di creare condizioni per favorirlo insieme ad alcuni sacerdoti pavesi dell’ambiente del Seminario, come don Ferdinando Rodolfi o il futuro cardinale Pietro Maffi.

«La loro testimonianza doveva fargli rivedere il principio […] che scienza e fede non potessero stare insieme e chi avesse praticato l’una non avrebbe potuto riconoscersi nell’altra», scrive Pazzaglia. Che, sottolineato questo dato, continua seguendo Edoardo al Ghislieri, poi ormai laureato, quale tirocinante nell’anno di volontario presso l’Ospedale militare milanese, sempre più desideroso di procurarsi «un limpido e sicuro indirizzo».

Per farlo il neomedico si lancia in studi su Gesù («tanto me ne sentivo vincere»), interrompendoli per l’impegno in ospedale dove si rivela importante la conoscenza di alcuni commilitoni, i francescani Arcangelo Mazzotti e Ilario Manenti, don Giandomenico Pini. Gemelli è colpito dal loro amore per i malati e dalla loro serenità innanzi alla sofferenza. Nel frattempo anche le letture fanno la loro parte: dalle encicliche di Leone XIII alle pagine del domenicano Lacordaire grande formatore di coscienze.

In breve, la sua crisi spirituale si conclude il 9 aprile 1903, giovedì santo, giorno in cui Gemelli riceve la comunione in Sant’Ambrogio, a Milano. Rientrato nella vita della Chiesa manifesta l’intenzione di entrare nell’Ordine dei Frati Minori. «Mi sono fatto francescano, perché il francescano si dona totalmente a Cristo: essere francescano non vuol dire avere la testa rasa e i piedi nudi, vuol dire darsi a Cristo dalla testa ai piedi», confiderà a padre Ferdinando Antonelli.

Una decisione che scatena un conflitto familiare, tra il ricatto degli affetti e il richiamo alle responsabilità, nonché un travaglio interiore per l’obbligo di ammettere a se stesso gli errori della vita precedente. Un conflitto che vedrà i genitori presentarsi al convento di Rezzato dove Gemelli era arrivato il 16 novembre 1903 per indurlo a tornare a casa. Con tensioni raccontate sulla stampa dove si leggono titoli come "Il suicidio dell’intelligenza".

Anche di questo vien dato conto nel libro che non dimentica le ultime titubanze del novizio. L’1 giugno 1904 scrive a padre Antonelli: «Partito da Rezzato col timore vago di non più tornarvi, vi ho fatto invece ritorno pieno di buoni propositi che ella ha suscitato in me; l’animo si è tranquillizzato e guardo confidente all’avvenire perché in esso vedo la via segnatami dal Signore». E il 6 luglio 1904, dal convento di Cividino (Bg), oggi abitato dalle Carmelitane Scalze, descrive a Necchi il suo stato d’animo: «Se il farmi religioso mi è costato un doloroso strappo nel vedersi allontanare da me persone dalle quali speravo il ricambio d’affetto, mi ha fatto vieppiù aprire altri cuori». Confidando poi all’amico: «Veggo in me svolgersi sempre più una comprensione delle cose e del mondo molto più luminosa e comprensiva di quella che era in me allora che nel mondo stesso vivevo».

In realtà, poco dopo, nello studentato al convento di Dongo (Co), un’altra 'crisi' sarebbe sopravvenuta, presa coscienza delle obiezioni poste al cristianesimo dalla cultura moderna. Ne sarebbe scaturita la riflessione sul tema delle responsabilità, nella consapevolezza che i cattolici, lungi dal diffidare della ricerca scientifica, avrebbero dovuto, al contrario, dedicarvisi con energia. Insomma: la scommessa della sua vita e del suo ateneo. (Avvenire)

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