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Ravenna, punto di incontro francescano: 'In un anno assistiamo 350 persone'

Diminuiscono le richieste ma le necessità non cambiano: cibo, scarpe, biancheria

Credits Ansa

Oltre che alla Caritas, le richieste sono diminuite anche al punto di incontro francescano di via Felicia Rasponi, dove da anni i più bisognosi si rivolgono per cercare abiti o prodotti per la persona. «Le giornate di assistenza sono diventate tre a settimana - racconta la volontaria Laura Montanari - e ogni volta riceviamo una decina di persone. All’anno sono circa 670 incontri per 350 assistiti, numero che è in lieve calo rispetto all’andamento degli ultimi anni». A cambiare nel tempo è stata anche l’utenza. «Le persone non vengono più dall’Est Europa o dall’ex Jugoslavia, mentre sono aumentati gli africani, nigeriani in testa. Ci sono marocchini, qualche egiziano e un piccolo gruppo proveniente da Bangladesh e Pakistan, ma in questo caso si tratta di uomini e non di famiglie». Sul totale, la percentuale di italiani si assesta invece intorno al 15%. «Perlopiù distribuiamo abbigliamento - prosegue Montanari -, negli anni abbiamo imparato a fare una selezione più severa. Anche se ci portano abiti in buone condizioni, molti sono da scartare».

Oltre agli indumenti vengono richiesti anche asciugamani, lenzuola, biancheria varia per la casa. «Nel periodo natalizio distribuiamo sportine che, oltre a contenere prodotti di pulizia per la casa o per la persona, contengono anche biscotti, panettoni e giocattoli per bambini. Le scarpe sono sempre difficili da reperire e per la maggior parte ce le chiedono da ginnastica. Un altro articolo molto richiesto, ma che scarseggia sempre, sono i leggins». Al centro afferisce anche qualche famiglia di zingari, mamme giovanissime con tre o quattro bambini a testa. «Gli utenti possono venire una volta al mese - lunedì mattina, martedì e giovedì pomeriggio su appuntamento - presentando un pass della Caritas o dei Servizi sociali. A questi si aggiungono i migranti, persone di passaggio; alcuni sono al dormitorio, altri preferiscono rimanere in strada».

C’è chi vive in appartamenti messi a disposizione da Acer, chi dice che non lavora ma che, non si sa come, paga un affitto da 500 euro, qualcuno invece è sotto sfratto. «Per quanto riguarda le donne, anni fa venivano soprattutto badanti provenienti dall’Est, mentre oggi sono donne dell’Africa del Nord che svolgono lavori stagionali o in nero. Alcune vanno a scuola, ma per la maggior parte hanno problemi con la lingua: per questo ci piacerebbe organizzare momenti di conversazione, ma si tratta di lavoro in aggiunta per volontari che già hanno un carico di attività importante».

www.settesere.it

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