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San Corrado, l'eremita francescano del pane miracoloso

Ha unito terra piacentina e siciliana

Ricorre in questo febbraio la memoria storico-liturgica del piacentino S. Corrado Confalonieri che legò la sua vita alla comunità penitenziale posta nell’ospitale francigeno di Calendasco dal 1315 per poi finire il resto dei suo giorni da eremita in una grotta nella valle di Noto in Sicilia il 19 febbraio 1351.
Ma quest’anno è anche ricco della ricorrenza del 730° anno della sua nascita che avvenne nel 1290 nel castello di Calendasco, feudo della famiglia Confalonieri per oltre duecento anni e il borgo lo ha eletto Patrono dal 1617, divenendo storicamente il patronato corradiano più antico della diocesi piacentina e di tutto il nord Italia.

Inoltre a Noto quest’anno i festeggiamenti saranno molteplici perchè ricorrono anche i 400 anni della invenzione dei Cilii, cioè quei grandi e possenti decorati porta-cero che a centinaia contornano l’Arca che ne contiene le sacre spoglie durante le processioni patronali. Infatti fu nel 1620 che il sacerdote netino don Pietro Ansaldi volle iniziare questa tradizione lasciando una parte del suo patrimonio a favore di “intorchi grandi” da farsi per solennizzare ed illuminare l’Arca del santo.
Colonna popolare della devozione netina sono gli iscritti ai due sodalizi che rappresentano l’anima del culto e cioè i Portatori dell’Arca ed i Portatori dei Cilii, guidati dai loro rispettivi ottimi presidenti Francesco Berrini e Sebastiano Floridia.

San Corrado era un nobile che per colpa di una battuta di caccia, dal quale scaturì un poderoso incendio che distrusse boscaglie, campi coltivati e case agricole, si ridusse in estrema povertà per risarcire il danno al Visconti, che in quel 1315 era il temibile e ghibellino Duce di Piacenza e del suo territorio. Incolpato è un povero misero contadino innocente, S. Corrado lo scagionerà ed ammetterà il proprio peccato: era lui l’incendiario e l’uomo da punire! Divenuto pecora nera della casata Confalonieri, che va precisato rimase feudataria del Castrum Calendaschi come ci mostrano le carte antiche fino al 1586, il giovane incndiario si ritira nel piccolo ospitio e romitorio dei penitenti terziari francescani di Calendasco, accolto da fra Aristide.

Va detto che nel 1280 a Piacenza i Terziari francescani tennero un grande capitolo generale ed erano molto diffusi e ben accetti dal potere locale delle città perchè si interessavano di mantenere vivi i piccoli ospedali per malati e per i pellegrini e si occupavano anche di manutenere ponti e guadi fluviali.
Non a caso, Calendasco è da epoca longobarda, con una carta del 715 relativa ad accordi tra Piacentini e Comacchiesi per la navigazione sul fiume Po, detentore di un porticciolo con diritto di dogana e l’ospitio era un punto d’appoggio per i viaggiatori di quella che è l’attuale riscoperta Via Francigena.

Come da prassi religiosa si può affermare che S. Corrado lasciò il luogo calendaschese almeno dopo qualche anno dalla sua vestizione di terziario e quindi solo verso il 1325 partì alla volta di Roma per poi imbarcarsi a Brindisi per la Terra Santa. Lo ritroveremo anni dopo risiedere per un breve periodo sull’isola di Malta, meta della navi di ritorno da Gerusalemme; quindi “partito da Malta viaggiando sul suo mantello”, ricalcando un grandioso miracolo di S. Francesco da Paola, approda a Messina in Sicilia.
Si incammina verso la zona sud-orientale sicula ed arriva a Noto (Noto antica in quanto nel 1693 un terremoto la distrusse), alloggia presso il castello in piccole celle scavate, del quale ancora parte di poderosa mura si possono ammirare e poi sceglie la solitudine estrema: a pochi chilometri da Noto antica nella Valle dei Pizzoni, dove vive in una grotta scavata nella nuda e dura roccia.

Da questa grotta il Santo Eremita usciva donando agli ospiti dei piccoli pani appena cotti e con la carestia legata alla peste del 1348 sfamò tantissime genti netine ma non solo ed è per questo che fu da subito amato e rispettato dalla gente.
Morì il 19 febbraio del 1351 mentre era in preghiera “ed in ginucchiuni” divenendo da subito ed a furor di popolo, il Santo di Noto; in effetti in quegli anni anche il Vescovo locale (al tempo Noto era sotto a quello di Siracusa) aveva facoltà di elevare al culto e alla santità chi fosse morto in chiara fama di vita cristiana e santa e così avvenne, anche se poi, per le varie problematiche di lotte, incendi, guerre e quant’altro si dovette rifare un processo canonico nel 1485.
Beatificato nel 1514 dal 1515 il papa concesse facoltà di processione con la cassa contenete il santo corpo, ma la santità arrivò nel 1625 per mano della bolla papale di Urbano VIII dopo diverse traversie.

Un fatto che ha bloccato il culto in terra piacentina è stato per colpa del fatto che Giovan Luigi Confalonieri nel 1547 partendo dal suo castello di Calendasco, partecipò a Piacenza all’uccisione del figlio di papa Paolo III cioè Pierluigi Farnese che era Duca e governava.
Il papa ed i successori dei Farnese di Piacenza si legarono al dito questo fatto e fino a che nel 1586 - finalmente per i Farnese - il Confalonieri assassino vendette il castello alla Camera Ducale (poi acquistato dallo Zanardi-Landi) ed egli migrò esule a Milano dove venne immediatamente creato Ministro della Giustizia, non permisero culto a Calendasco verso S. Corrado Confalonieri!
Finalmente la damnatio memoriae di San Corrado decretata dai Farnese ebbe a cadere ed il culto a Piacenza ed a Calendasco soprattutto riprese piede: in duomo per devozione venne eretta una cappella dedicata all’Eremita e soprattutto a Calendasco si eresse una cappella ed altare e lo si elesse Patrono (unico caso in tutta la diocesi) ed il Vescovo di Piacenza in curia firmò ed approvò il documento che dal 1617 certifica che San Corrado è anche nato fisicamente nel paese piacentino.

Come gli atti d’archivio han mostrato il Vescovo di Piacenza e i successori dei Confalonieri andavano ogni anno al 19 febbraio a festeggiare il Santo nella chiesa di Calendasco, provvedendo anche a pagare le spese per la celebrazione, quale ad esempio un’orchestra d’archi.
Ed anche i Vescovi di Noto in prima persona han donato reliquie del Santo per la chiesa ed il popolo devoto di Calendasco: nel 1907 e nel 1927 e si conservano ancora integre le bolle originali e firmate di pugno, già esposte in copia anastatica in una mostra tenuta in città nel 2016.
La chiesa del paese è ornata del bel quadro seicentesco del Santo che pensoso medita sulla sua vita e sullo sfondo l’incendio e la cattura del contadino innocente e si può vedere anche il grande quadro del 1700 con San Corrado nella grotta netina ed anche nell’abside svetta il maestoso Patrono dipinto nel 1972 dal pittore di Piacenza Luciano Ricchetti.
Nel 2015 una folta delegazione di Noto venne pellegrina a Piacenza e Calendasco e donarono un maestoso cilio che è esposto accanto alla bellissima statua di San Corrado che per un certo periodo d’anni - seppur pesantissima - veniva portata in solenne processione.

Calendasco vanta quindi i tre luoghi principe della vita del santo Incendiario e cioè la chiesa parrocchiale dove venne battezzato (sappiamo che la chiesa era già esistente in epoca longobarda ed ampliata nel 1734), poi il maestoso castello che fu feudo dei Confalonieri per secoli ed è affiancato dal recetto più antico e dalle scuderie ed infine il romitorio-ospedale francigeno che i fraticelli penitenti francescani nel medioevo avevano in gestione, in effetti una mappa del tardo ’500 mostra questo convento avere anche un proprio campanile e ancora nel 1600 sotto al “portichus dicti ospitii Calendaschi” venivano redatti gli atti notarili e comunali civici.
A Noto in cattedrale l’Arca col santo corpo si conserva in una bella cappella e la grotta invece è inglobata nel Santuario che sorge nella località S. Corrado di Fuori e sulla spianata lì davanti, in quella mistica valle, è la statua in bronzo del Santo benedicente che accoglie pellegrini e fedeli.

Calendasco e Noto, passando quindi per Piacenza sono legate molto intimamente in San Corrado e cosa più importante lo sono nel pieno senso del culto devozionale e religioso popolare ed anche storico come comprovano decine di antichi documenti resi pubblici in questi anni.
La storia e la tradizione religiosa sono la radice del nostro oggi e quindi questo tramandare della Vita storica e religioso-cristiana di S. Corrado ha un valore immenso che va tramandato e fatto conoscere per poterci nutrire di questi saggi esempi di virtù di uomini del nostro passato.

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