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Iraq, aumenta la paura dei cristiani

L'intervista di Vatican News a padre Benoka, sacerdote siro-cattolico

Credit Foto - EPA/MURTAJA LATEEF

In Iraq, nella Piana di Ninive, i cristiani rientrati faticosamente nelle loro città dopo il ritiro dei terroristi dell’Is, guardano con grande preoccupazione alla nuova escalation di violenza innescata dall’uccisione del generale iraniano Soleimani, caduto vittima di un attacco mirato delle forze statunitensi. Già in difficoltà per la presenza di milizie musulmane sciite che controllano il loro territorio, temono ora nuovi spargimenti di sangue per le possibili rappresaglie. Padre Benham Benoka, sacerdote siro-cattolico della diocesi di Mossul, attualmente nella città di Bertella, nel distretto iracheno di Al-Hamdaniya, ne ha parlato ai microfoni di Radio Vaticana Italia.

R. – È un avvenimento che ha destato subito grande preoccupazione in tutti noi: non solo tra i cristiani, ma fra tutti gli iracheni che amano veramente il loro Paese. Temiamo che l’Iraq sia ridotto a un territorio di guerra, una piazza a disposizione delle potenze più grandi, come l’Iran e gli Usa, per combattersi. Ma temiamo soprattutto che sia versato il sangue dei nostri figli: questo ci preoccupa molto. E come ha detto anche il patriarca Sako, preghiamo tutti perché queste forze dialoghino tra di loro e arrivino a soluzioni più pacifiche.

L’uccisione del generale iraniano a Baghdad si è verificata all’inizio del 2020 quando in Iraq avete già vissuto mesi difficilissimi per le proteste di piazza contro il Governo che hanno provocato centinaia di morti. Come vivono le comunità cristiane di Ninive questa situazione di tensione?
R. – Veramente, qui i cristiani, nella Piana di Ninive e più precisamente nel distretto di Al-Hamdaniya, che comprende le città cristiane di Qaraqosh, Bartella e Karemlash, qui i cristiani sono i più deboli tra i deboli dell’Iraq. Noi cristiani stiamo soffrendo molto per una persecuzione di cui non vediamo la fine. Infatti, da quando siamo tornati, anche se solo parzialmente, nella nostra terra, dopo la sconfitta dell’Is nell’ottobre 2016, siamo impegnati nella ricostruzione delle case e delle chiese. Ma ci sono altre forze, come la cosiddetta “Brigata Trenta” dei musulmani sciiti shabak, che hanno preso il controllo della città cristiana di Bartella e ogni giorno dobbiamo subire i loro atti aggressivi contro le chiese e contro i nostri cristiani, soprattutto contro le donne. Per questo noi chiediamo da tempo una soluzione alla nostra situazione, ma il governo di Baghdad non fa nulla.

Quindi adesso, dopo questo raid statunitense a Baghdad, la vostra paura aumenta?
R. – Esatto: ci sentiamo sempre più insicuri, soprattutto ora che si parla del ritiro delle forze militari. Il Parlamento iracheno ha infatti appena deciso di chiedere al Governo di mettere fine alla presenza delle forze della coalizione internazionale. E qui a Bartella, in quanto città cristiana, abbiamo solo 24 soldati delle cosiddette NPU, le Unità di protezione della Piana di Ninive, cioè forze di mobilitazione popolare cristiana, e questi 24 soldati non potranno mai difenderci. E allora, come possiamo fare? Dove dobbiamo andare? Saremo forse obbligati a un nuovo sfollamento verso il Nord? Chiediamo che sia presa in considerazione anche la situazione di noi cristiani qui nella Piana di Ninive: non abbiamo né armi né niente.

Cosa chiedete come cristiani in questa situazione?
R. – Fin dall’inizio delle manifestazioni contro il Governo, una rivoluzione molto pacifica dei giovani iracheni nel Centro e nel Sud del Paese, noi preghiamo ogni giorno, nel Rosario ma anche nella Santa Messa, e chiediamo che tutti si mettano d’accordo – i politici e tutti gli altri – per risolvere i problemi di cui soffre il nostro popolo iracheno, invece di inseguire gli interessi di altre agende straniere.

Sicuramente, una guerra combattuta in Iraq non aiuta ad andare incontro alle richieste di libertà e di cittadinanza degli iracheni, compresa la comunità cristiana…
R. – Veramente preghiamo che la soluzione militare non sia l’unica soluzione, ma che ci sia una soluzione diplomatica per proteggere il sangue iracheno.

Vatican News



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